Un lettore ipovedente prova ad acquistare su un e-commerce che vende ricambi per elettrodomestici. Il carrello ha pulsanti senza etichetta, i colori dei prezzi in offerta si confondono con lo sfondo, e lo screen reader legge il menu come una sequenza di "link, link, link" senza dire dove portano. Chiude la scheda e va da un concorrente. Questo scenario, fino a poco tempo fa, era solo un problema di conversioni perse. Da giugno 2025 è anche, in certi casi, un problema legale.
La norma si chiama European Accessibility Act, direttiva UE 2019/882, recepita in Italia con il D.Lgs. 82/2022. Fino al 2025 riguardava quasi solo la Pubblica Amministrazione. Da 28 giugno 2025 il perimetro si è allargato alle aziende private: chi vende prodotti o servizi online, chi gestisce un e-commerce, chi offre servizi bancari, di trasporto o di comunicazione elettronica via web deve garantire un sito accessibile.
Prima domanda: sei esente?
Molte PMI italiane non rientrano nell'obbligo. La direttiva esenta le microimprese: aziende con meno di 10 dipendenti e fatturato (o bilancio annuo) sotto i 2 milioni di euro. Devono valere entrambe le condizioni insieme, non basta una delle due.
Fai due conti veloci:
- Hai 8 dipendenti e fatturi 1,2 milioni? Sei esente.
- Hai 5 dipendenti ma fatturi 2,3 milioni (succede, con margini alti o rivendita)? Non sei esente: il fatturato supera la soglia.
- Hai 15 dipendenti e fatturi 900.000 euro? Non sei esente: i dipendenti superano la soglia.
Se sei sopra soglia su almeno uno dei due parametri, l'obbligo ti riguarda — a prescindere da quanto è "piccola" la tua attività nella percezione comune.
Cosa significa "accessibile" in pratica
Il riferimento tecnico è la norma EN 301 549, che richiama le WCAG 2.1 livello AA. Tradotto in cose concrete che un tecnico deve controllare:
- Il sito si naviga anche solo con la tastiera, senza mouse.
- Le immagini hanno un testo alternativo che descrive cosa mostrano.
- Il contrasto tra testo e sfondo è sufficiente per chi ha una vista ridotta.
- I moduli (contatti, checkout, prenotazioni) dicono chiaramente cosa manca o è sbagliato quando li compili male.
- Video e audio hanno sottotitoli o trascrizioni.
Non è un requisito estetico. È un requisito tecnico che si verifica con strumenti automatici (in parte) e con un test manuale (per la parte che gli strumenti non vedono, tipo l'ordine di lettura per uno screen reader).
Quanto costa adeguarsi
Dipende da quanto il sito è lontano dallo standard. Un sito fatto bene già in partenza — struttura semantica corretta, colori con contrasto adeguato, moduli chiari — richiede un intervento mirato: qualche giorno di lavoro, spesso sotto i 1.500-2.000 euro. Un sito vecchio, costruito senza criteri, con template grafici pieni di immagini-testo e menu a tendina inaccessibili da tastiera, può richiedere una revisione più ampia, che in certi casi conviene assorbire dentro un rifacimento.
Un audit di accessibilità — la verifica che dice esattamente dove sei fuori norma — costa in genere qualche centinaio di euro e vale la pena farlo prima di decidere cosa fare, non dopo. Ti evita di pagare per un rifacimento completo quando bastava sistemare tre cose.
Quando non conviene correre
Se sei sopra soglia ma il tuo sito è puramente informativo — orari, indirizzo, un modulo di contatto — e non vendi online né offri servizi bancari, assicurativi o di trasporto, il perimetro di applicazione della norma va verificato caso per caso: non tutti i siti aziendali rientrano allo stesso modo, dipende dal tipo di servizio offerto. Prima di spendere in un intervento, fatti chiarire da chi gestisce il sito (o da un consulente) se il tuo caso specifico rientra davvero nell'obbligo, e in che misura. Spendere per adeguarsi a una norma che non ti riguarda è uno spreco quanto ignorarne una che ti riguarda.
Se invece rientri, non è il tipo di scadenza che conviene rimandare: le sanzioni previste dal decreto arrivano fino a decine di migliaia di euro, e soprattutto un sito inaccessibile continua silenziosamente a perdere clienti — vista la norma a parte.