Un'azienda con dodici dipendenti viene colpita da un ransomware un lunedì mattina. I file sono criptati, compreso il gestionale. Il titolare non si preoccupa troppo: c'è il backup, un disco esterno collegato al server che si aggiorna ogni notte. Solo che il disco era collegato in rete, sempre acceso, e il ransomware ha criptato anche quello. Due giorni di fatture, ordini e anagrafica clienti, persi per sempre.
Questo non è un caso raro. È il motivo per cui esiste una regola vecchia di trent'anni, nata prima ancora del ransomware, e che oggi è più valida che mai: la regola del 3-2-1.
Cosa significa, in pratica
- 3 copie dei dati — l'originale più almeno due copie. Non uno, due.
- 2 supporti diversi — non tutto sullo stesso disco o sullo stesso server. Se un tipo di supporto si guasta o viene attaccato, l'altro sopravvive.
- 1 copia fuori sede, e scollegata — questo è il punto che quasi tutti saltano. Una copia deve stare offline o fuori dalla rete aziendale, altrimenti un ransomware che cripta il server cripta anche il backup collegato a quel server.
Il disco esterno dell'esempio sopra rispettava il "2" (due supporti) ma non l'"1" (offline): era sempre acceso e in rete, quindi raggiungibile. È lì che la regola crolla quasi sempre.
Come si traduce in una PMI reale
| Cosa | Esempio pratico | Costo indicativo |
|---|---|---|
| Copia 1 (originale) | Dati sul server o pc aziendale | Già ce l'hai |
| Copia 2 (supporto diverso, locale) | NAS aziendale con backup automatico notturno | 300–800€ una tantum, hardware incluso |
| Copia 3 (offsite, offline) | Backup cloud con versioning, o disco che si scollega da solo dopo la copia | 30–120€/mese, in base ai dati (per pochi TB) |
Per un'azienda con qualche centinaio di GB di dati (fatture, gestionale, documenti — non i video promozionali), il pacchetto completo si assesta spesso tra i 500€ di setup e 50-100€ al mese di gestione cloud. Non è una cifra enorme rispetto al costo di perdere due giorni di fatturato e i dati dei clienti.
Il dettaglio che separa un backup vero da uno finto: il versioning
Un backup automatico che sovrascrive ogni notte la copia precedente non ti salva da un ransomware: se il file criptato viene copiato sopra il backup pulito, hai solo una copia in più della versione criptata. Serve un backup con versioning (mantiene le versioni precedenti per giorni o settimane) o immutabile (per un periodo, nessuno — nemmeno un attaccante con le tue credenziali — può cancellarlo o modificarlo). Quasi tutti i servizi cloud seri lo offrono già: è una casella da spuntare in fase di configurazione, non un servizio a parte.
Il backup che non hai mai provato a ripristinare non è un backup
Il controllo che quasi nessuno fa: prendere il backup e provare davvero a ripristinarlo, non solo controllare che il file "backup.zip" esista. Capita spesso che il backup ci sia, ma sia parziale, corrotto, o non includa il database del gestionale. Basta una prova ogni due o tre mesi, mezza giornata di un tecnico, per scoprirlo prima di un disastro invece che durante.
Quando è uno spreco
Se lavori quasi tutto su Google Workspace o Microsoft 365, i tuoi dati principali sono già ridondati dal fornitore su più data center: non ti serve un'infrastruttura di backup parallela costosa. Ti basta attivare (o far attivare) un backup di terze parti per la posta e i documenti condivisi — costa poche decine di euro al mese — perché anche Google e Microsoft, se cancelli un file per errore e passano troppi giorni, non te lo restituiscono. Il 3-2-1 vero, con hardware dedicato, ha senso quando hai un gestionale locale, un server fisico, o dati che non stanno già su un cloud gestito da qualcun altro.